“Non capivo perché, ma venivo presa da una nostalgia così lancinante che, anche se ero a casa mia, sentivo che esisteva un posto, da qualche parte, dove dovevo tornare.”
— Banana Yoshimoto
Ci sono nostalgie che non hanno un nome e che non riguardano una casa, una città o una persona, eppure riescono a farsi sentire con una forza quasi dolorosa, come un richiamo silenzioso ma costante. Per molto tempo ho vissuto con questa sensazione dentro di me, come se mi mancasse qualcosa di indefinito, come se, nonostante fossi nel mio spazio, nella mia vita, non fossi davvero nel posto giusto.
La ricerca fuori da sé: quando cambiare luogo sembra la soluzione
Per questo ho iniziato a cercare fuori ciò che non riuscivo a comprendere dentro. Ho cambiato case, ho immaginato nuove città, ho inseguito l’idea che fosse l’ambiente intorno a me a non risuonare con chi ero davvero, convinta che da qualche altra parte avrei finalmente trovato quella sensazione di completezza che mi sfuggiva. Eppure, ogni volta, dopo un entusiasmo iniziale, quella nostalgia tornava, quel vuoto sottile ma persistente si ripresentava, come se mi ricordasse che la risposta non era ancora lì.
A un certo punto, però, qualcosa è cambiato, perché ho iniziato a pormi una domanda diversa, forse più scomoda ma anche più vera: e se non fosse il luogo? E se quella sensazione di mancanza non avesse nulla a che fare con lo spazio che abitavo, ma con la distanza che avevo creato dentro di me? È stato un passaggio lento, quasi impercettibile, perché è molto più facile pensare di dover cambiare scenario che fermarsi davvero ad ascoltarsi.
Il momento della svolta: e se il vuoto fosse dentro di me?
Col tempo ho compreso che quel vuoto non era un’assenza esterna da colmare, ma una parte di me che chiedeva attenzione, presenza, ascolto. Non mi stava chiedendo di andare altrove, ma di tornare. Tornare a me stessa, a ciò che sentivo, a ciò che avevo forse trascurato o messo da parte nel tempo. È stato proprio in quel momento che ho iniziato a smettere di fuggire e a restare, a concedermi il tempo di sentirmi davvero, di riconoscermi senza cercare continuamente conferme all’esterno.
Oggi quella sensazione, a volte, si fa ancora sentire, ma è cambiata profondamente. Non è più una nostalgia che fa male, non è più un vuoto che chiede di essere riempito, ma piuttosto uno spazio che accoglie, una presenza silenziosa che mi ricorda qualcosa di essenziale. È come se quella voce interiore che un tempo mi spingeva a cercare altrove ora mi invitasse semplicemente a restare, a essere, a riconoscere che quel “luogo” che credevo lontano non è mai stato fuori da me.
Il vero ritorno: abitare se stessi
Sento ancora, in qualche modo, che c’è un ritorno, ma non è più un andare verso qualcosa di esterno: è un tornare alle mie radici, alla mia verità, a quella parte autentica che oggi riesco finalmente ad abitare con maggiore consapevolezza. E in questo ritorno c’è gratitudine, perché ogni ricerca, ogni cambiamento, ogni tentativo fatto nel tempo è stato necessario per condurmi qui, dove posso finalmente sentire che, in fondo, non mi è mai mancato un luogo… ma solo il contatto con me stessa.
Se leggendo queste parole ti sei riconosciuta, se anche tu hai sentito almeno una volta quella nostalgia difficile da spiegare, quel senso di vuoto o di mancanza che non sai da dove arriva, sappi che non sei sola.
A volte non abbiamo bisogno di trovare risposte immediate, ma di iniziare ad ascoltarci davvero, con presenza e gentilezza. È proprio da qui che nascono i percorsi più profondi di trasformazione.
Nel mio lavoro accompagno le persone in questo viaggio di ritorno a sé, attraverso pratiche di consapevolezza, meditazione e tecniche olistiche, creando uno spazio sicuro in cui potersi ritrovare, un passo alla volta.
Se senti che è il momento di iniziare anche tu questo percorso, puoi scrivermi o scoprire i percorsi attivi: sarà un piacere camminare insieme.
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